In questo blog voglio raccontare e trasmettere le storie di questi uomini diventati soldati e che oggi a cent’anni di distanza non vengano dimenticati.
Sono storie nella storia di quella che fu la Grande Guerra.
Questi caduti sono morti sul carso, in quei due anni e mezzo di sanguinose battaglie, molti di questi oggi riposano al sacrario di Redipuglia con un nome, ma per la maggior parte questo non è stato possibile. Voglio così onorare la loro memoria con questo mio tributo.

Vorranno dimenticarvi, vorranno che io dimentichi, ma non posso e non lo farò. Questa è la mia promessa a voi a tutti voi.

Vera Brittain

venerdì 5 gennaio 2018

Sergente BELLINATO Alfonso



VIII° Battaglione Bersaglieri Ciclisti
Nato a  Minerbe (VR) il 24 Maggio 1885
Morto sul Monte San Michele il 21 Luglio 1915
Sepolto a ------- 

Decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare 

Coadiuvava efficacemente il proprio ufficiale durante furiosi attacchi nemici, e sostituiva l'ufficiale stesso nel comando del plotone, durante l'assalto alla baionetta. Rimase ucciso sul campo.
Monte San Michele, 21 Luglio 1915

Note Storiche:
 el corso della II° battaglia dell'Isonzo che si svolse dal 18 Luglio al 3 Agosto 1915, l'VIII° Battaglione Bersaglieri Ciclisti prese parte alle alle operazione per l'occupazione del Monte San Michele,. Fu messo a disposizione assieme all'XI° Battaglione Bersaglieri Ciclisti della 21^ Divisione dove alla sera del 18 Luglio 1915, lasciando Romans ai portarono sulla sinistra dell'Isonzo.
Ma vediamo meglio la descrizione degli eventi  di quei giorni tratti dal libro di Renzo Dalmazzo "I Bersaglieri nella Prima Guerra Mondiale":

- S. MICHELE -
Nella seconda quindicina, di luglio, la 3a Armata riprende le operazioni per il possesso dell'altipiano carsico. La 21a Divisione agisce contro il monte S. Michele, la. cui cima non è stata ancora raggiun-ta. da alcuno.
 La sera del 18, mentre le batterie rovesciano sul monte tonnellate di ferro, l'11° ciclisti giunge alla filanda di. Sdraussina. Dopo due giorni di preparazione di artiglieria, inizio dell'attacco. Dovrebbe avanzare da q. 170, verso la cresta, il 100 fanteria, coadiuvato dal 9° fanteria in direzione di q. 197 (nord di S. Martino) e seguito dal 11° ciclisti : uno dei più vigorosi germogli del reggimento di Fara, e di Mussolini. Ma, per il fuoco nemico di tutte le armi, proveniente dal Michele e da Bosco Cappuccio, e per la ferita che inette fuori combattimento il comandante del 10°, la fanteria è fatta ripiegare. A notte alta, giunge all' 11° battaglione bersaglieri l'ordine di portare a fondo l'attacco. Un battaglione contro una montagna! E, allo spuntar del giorno, i primi esploratori precipitano da, q. 170 nell'insenatura antistante, per riconoscere il terreno che reparto dovrà percorrere nell'assalto. Sono le 13 quando le cinquecento anime perse divallano per il butterato pendio, allo scoperto sotto il tiro mortale del trincerone austriaco avanzato.
Si sosta per qualche tempo in fondo al vallone, ove radi sono i tratti al sicuro dal tiro d'infilata;
si ripiglia fiato, si riordinano i reparti, sono soccorsi i feriti. Fra i quali, il capitano Sifola e l'aiutante maggiore ,tenente Aurelio Padovani, il predestinato animatore, alfiere e martire del fascismo campano.
Da 'Bosco Cappuccio arriva intanto un fuoco d'inferno. Altre vittime. In tutti è l'impazienza di
giungere a capo dell'obiettivo. Ecco il fischio .stridulo di « papà Ceccherini ». L'avanti è dato ; in
un trionfo di sole, ripiglia la corsa alla meta .
Per vie non calpestate e solo », il battaglione avanza. Sorpresi da tanta furia, i difensori della trin-
cea bassa o si danno a fuga precipitosa verso l'alto o, come intontiti, alzano le mani : Kamarad!
Si prosegue. Va innanzi il più forte : Ceccherini. Squadrato e rude come un marinaio, egli stringe nella destra, un randello, con la sinistra la gorgogliosa » : la pipa-talismano. Dall'alto le mitragliatrici sgranano lunghe filiere di piombo su bersaglieri e prigionieri, mentre le artiglierie italiane, per interdire ai difensori ogni via di salvezza, improvvisano un sipario di fuoco alle spalle della
posizione. Feriti sono il capitano Lambert, il tenente Mochi e il sottotenente Ghinelli ; colpiti gravemente, il  tenente Vannutelli e il sottotenente Giomini che spireranno pochi giorni dopo; ful-
minato il sottotenente Pedani. Pure, i bersaglieri riescono a portarsi in prossimità della cresta tutttora tenuta dal costante valore del 3°Honved. E poichè una superstite mitragliatrice impedisce l'ultimo balzo, i più arditi tentano di metterla a tacere. Il sottotenente Carloni riceve una pallottola in testa ; un bersagliere è colpito alla gola ; senza un gemito s'accascia vicino al suo colonnello il bersagliere Montanelli l'attendente amoroso e fedele che aveva voluto far scudo del suo corpo al superiore esposto al tiro della mitragliatrice: La diabolica innaffiatrice seguita.senza posa. Alcuni bersaglieri, diavoli scatenati, aggirano terrai terra l'appostamento, e, dopo viva lotta a colpi di pietra e di baionetta, uccidono i serventi e s'impadroniscono dell'arma.  Via libera. Ultimo balzo. Un plotone rimasto senza ufficiale è trascinato all'assalto dal baffuto tenente medico Rellini, un reduce di Sciara-Sciat, il quale fa anche da aiutante maggiore e da mitragliere. L'olocausto continua. Il bersagliere D'Ambrogio che, con singolare valore, ha toccato fra i primi la vetta, ha una gamba fracassata da una
grossa scheggia. Una pallottola passa il cuore del sottotenente D'Ajello.
Finalmente, dopo quattro ore, il. prodigio è compiuto. La balza del monte è soggiogata. E tale
è la. veemenza, che reparti interi di Austriaci rimangon preda. Nel declinante sole, perseguitati dal
tiro della propria artiglierie. « 1600 prigionieri calan giù verso le retrovie — scrive il generale Cec-
cherini — mentre le vecchie piume mandano l'entusiastico saluto a Trieste bella, che dal mare sem-
bra stendere le braccia in un invito d'amore ».
Sotto il tiro rabbioso e concentrato di ogni 'ca-libro, sono intensificati i lavori ; l'8° battaglione è posto di rincalzo immediato della fanteria e qual-che nucleo è spinto in ricognizione.  . Sul duro sasso già solcato e crivellato da mine, gravine, proiettili, al bagliore sinistro delle vampe e al pallido riflesso della luna, gli uomini d'assalto, trasformatisi in artieri, tentano di consolidare la nuova fronte, servendosi anche dei sacchetti che; carponi, vanno racimolando dai tascapani dei caduti. Notte di terrore. Le posizioni di cresta sono. un solo rogo; tutti gli scoppi, un boato solo. Coni di scheggie schizzano contro l'aria e le carni; uomini e sacchetti si ripiegano sventrati ;.feriti si trascinano- gemendo dietro ripari improvvisati e spuntoni di roccia ; agonizzanti invocano - un sorso d'acqua prima di morire- ; morti, colpiti e dilaniati • ancóra due e tre.. volte. Sereno come un nume, tenero come un padre, Sante Ceccherini cerca e bacia i suoi. ufficiali morti e feriti ; nei superstiti infonde calma, forza, fervore. Lo sgombro dei colpiti è difficile ; cessato, non si. sa perchè, l'arrivo di rinforzi e rifornimenti. Il nemico non si vede ; si sente. Egli va addensandosi nell'ombra, e guata e preme. La situazione si rende insostenibile. L'urlo delle artiglierie macera i nervi. Eppure, Ceccherini non ha che una consegna, " Si muore tutti qui : non si ritorna giù. Alle quattro del 21, quando i vivi son meno dei morti, rinforzi nemici provenienti da. Gorizia pronunciano sulla sinistra un attacco. Da prima è un'ombra, poi un'altra,. Una fucilata, poi altre ancóra, e. scariche secche di mitragliatrici. A sinistra, dove, la minaccia di accerchiamento è più sentita, la fanteria ripiega.. Sulla cima perduta già risuonano spari e grida di trionfo.
.L'8° ciclisti, tutto in linea, preceduto dal suo comandante, maggiore Battinelli, scatta come un sol uomo verso l'alto, gridando a, baionetta spianata : "Savoia" La sorpresa del contrassalto è così repentina che il nemico, il quale ha già messo piede sul cocuzzolo, dopo poche scariche di mitra-gliatrici e di fucileria, fugge e sparisce. A destra, dov'è 11° battaglione bersaglieri, una parola corre : Pronti. Folgorano le baionette. L'aspro fischietto di Ceccherini supera ogni sibilo; l'urlo dell'assalto, ogni resistenza. Le schiere nemiche si arrestano, si disgregano, si disperdono. Dopo mezz'ora, battaglioni compatti si mostrano ancora sulla sinistra ed anche al centro. Le nostre armi fanno strage. Intanto che la cerchia si restringe sl dà fondo alle cartucce e alle bombe. Il bersagliere Martin, che ha visto cadere tutti i serventi di una mitragliatrice, quantunque ferito, si porta sulla linea di fuoco e ridà. voce all'arma, incandescente, finchè cade mortalmente colpito. Ora si tira con le stesse mitragliatrici austriache : con quelle catturate — gesto fulmineo, mano sicura — da, Tollis e Brunellì e Piro e Poveromo. Altre colonne affluiscono da tntt' intolrno Sono Ungheresi : le più superbe truppe dell'Im-pero. È una brigata di Honved, reduce dal fronte galiziano. La lotta si riaccende atroce, disperata : uno contro venti. Le schiere si mischiano e nell'alternazione della, lotta un altro ufficiale è perduto : Silvio Ciaprini. Dell' 1l° ciclisti non restano in piedi che cinque ufficiali : il comandante, il tenente medico e i Sunbalterni Della Martina, Rizzo e Peano. Un colpo d'onda sta per raggiungere 1'8° bat-taglione. Ma, i bersaglieri, ancóra una volta si abbattono a ferro freddo sugli assalitori, i quali, terrorizzati, nuovamente si sbandano e s'involano. Per ben tre volte lo stremato battaglione ributta il nemico, ed è nell'accanimento sanguinoso di queste alternative che si va allontanando vieppiù dalla posizione, rimanendo quasi isolato sulla seconda gob-ba del monte. Di questo stato di cose profittano gli Ungheresi che ora volgono, riorganizzati e risoluti, contro i decimati reparti. I quali, proiettati in avanti e diluiti in una catena di gruppi che vanno . dissolvendosi nel sangue, non sanno più come arginare l'avvolgente marea. L'8° è senza comandante. Il maggiore Battinelli, che durante gli attacchi avversari aveva dimostrato sommo valore e perspicacia, impedendo da sinistra l'aggiramento che l'avrebbe potuto avere gravi conseguenze, steso al suolo da una ferita orrenda, si rifiuta di abbandonare i suoi bersaglieri e non vuole soccorsi. Il sergente Ferrari che tenta di trasportarlo al sicuro, cade ferito egli stesso e mescola il suo sangue con quello del comandante. Lo strenuo Battinelli morirà due mesi più tardi, a Lubiana, con tutti gli onori. Lo sostituisce sul campo il capitano Zamboni, ufficiale ammirabile per iniziativa e coraggio: Gli uomini cadono a mucchi. Non si contano più. Il tenente Bonaccordi, benché ferito, continua tat a dirigere con calma e serenità il tiro dell'unica mitragliatrice, finché colpito a morte non s'irrigidisce accanto all'arma il tenente Cavallo, mor-talmente ferito, giace in un tratto avanzatissimo ed esposto. Noncurante del pericolo, il. caporale allievo ufficiale Valvassori cerca di porlo in salvo. Férito ad un braccio, non desiste e, facendosi aiu-tare da un bersagliere, lo trasporta a spalla per lungo tratto. Un « barilotto » scoppia vicino all'eroico gruppo. Tenente e bersagliere sono uccisi sul colpo ; l'allievo ufficiale, gravemente ferito da scheggia all'addome, si abbatte svenuto. I sopravvissuti, un pugno di prodi non sostenuti da soccorsi, presi da tre lati, schiacciati dal numero, ricevono l'ordine di ripiegare. A gruppi,trasportando qualche ferito, ancora sparando e minacciando, i resti dei due battaglioni bersaglieri abbandonano la cruenta conquista. « In ultima fila vi è una delle mitragliatrici prese al nemico, con sette uomini e un sottotenente. Quando l'esigua colonna, sfuggendo all'aggiramento, è arrivata mila linea di difesa, non resta più sulla cresta che la retroguardia, composta. del sottotenente e di un bersagliere, che continuano a manovrare la. mitragliatrice. un'arma austriaca che potrebbero abbandonare. Ma non così la pensa il bersagliere. Ci si è ormai. affezionato e se la carica sulle spalle e Re ne va via col tenente » . I primi Magiari che spuntano sulla cima sono accolti da una. foga di cannonate. Scompaiono. Non resta sul terreno che un mucchio di cadaveri. E, per un momento, sulla cresta del  terribile monte che reca il nome dell'Arcangelo della milizia celeste, non regna che la morte.
Quanto si potrebbe dire delle mirabili prove di ardire e di abnegazione date dai ciclisti su quella tragica vetta ! « Si potrebbe dire del bersagliere Francioso che visto colpito il suo tenente e ricevuto l'ordine di ripiegare vi si rifiuta. continuando a sparare in piedi sull'estrema trincea conquistata, gri-dando a voce spiegata di voler vendicare il suo uficiale ; trascinato a forza sino a Sdraussiria, egli scompariva dal battaglione. Ritornava dopo due giorni, spingendosi avanti, come cose sue, due soldati e un cadetto prigionieri. Era stato ancora all'assalto con la fanteria, si era battuto come un leone mentre il suo battaglione era al meritato riposo e tornava lacero, pesto, sanguinante, ma fiero di aver vendicato il suo ufficiale. « Si potrebbe dire del sardo Curcubitta che, ferito orrendamente alla bocca, ai compagni incontrati mentre lo trasportano via, non potendo parlare, a gesti ed a cenni indica loro la strada per andare a combattere, a vendicare lui e i molti altri caduti »  Nella bufera di fuoco, è come assorbito e scompare Francesco Rismondo. Sposo da pochi mesi, il volontario spalatine era fuggito in Italia e si era arruolato nelle schiere piumate : 8° ciclisti. Ai primi di luglio, la sua giovane compagna lo ritrova a Palmanova « rumorosamente lieto al bivacco, tutto preso della nuova vita, tutto infervorato per i rischi imminenti ». Ella capisce che non ,è più suo. La patria, la guerra, il piumetto hanno vinto su lei. Quando, dopo l'epica lotta, gli scampati da morte rimontano in sella e, laceri, sfiniti, bendati, pedalando con una gamba o sostenendosi sulla spalla del compagno o recando le macchine dei caduti a mano e a dorso, vanno a ritemprarsi. a Romans, fra essi il Rismondo non è più. Guidando una pattuglia, era stato visto lanciarsi contro un gruppo e cadere ferito. La sua morte gloriosa mentre, sfuggendo alla prigionia tenta di raggiungere le nostre fanterie avanzanti sul. Carso, fa sì che, svelato il mistero della sua fine, una fronda di palma cinge la fronte di questo nuovo martire di spontanea offerta.
Dopo il combattimento, un generale e un tenente cercano del tenente colonnello Ceccherini. Il gene-rale reca l'elogio di S. M. il Re che da Villesse aveva assistito al rapido volo e alla caparbia, resistenza. Il tenente Riccardo Gigante è latore, per incarico di S. A. R. il Duca d'Aosta, di un ordine del giorno del nemico, nel quale si esortano le truppe imperiali a imitare i bersaglieri del S. Michele e quel colonnello che, alla testa dei suoi prodi, è stato visto precederli nello sterminio . Il Governo francese, poi,. nell'insignire il colonnello Ceccherini della legion d'onore, diramerà alle sue Armate un proclama del Maresciallo Pétain : « ufficiale fra i più mirabili, in varie occasioni ha dato prove di magnifiche virtù militari ed ha tenuto alte le più superbe tradizioni del Corpo dei bersaglieri ». All'11° battaglione, che nella sovrumana, impresa ha perso 13 su 18 ufficiali e tre quinti dei graduati, è conferita la medaglia d'argento all'8° ciclisti, che ha perduto 13 ufficiali e 297 gregari, una di bronzo.

Mappa con le dislocazioni dei reparti alla vigilia della II^ battaglia dell'Isonzo, da notare che i reparti dei Bersaglieir Ciclisti non erano ancora entrati in zona



Vista su Cima 3 da quota 170 da dove nel Luglio 1915, partirono gli assalti per le quote del Monte San Michele





domenica 17 dicembre 2017

Soldato SETTI Agostino





1° Reggimento Granatieri di Sardegna


Nato a Robecco Pavese il 19 Dicembre 1894
Morto a Selo il 19 Agosto 1917
Sepolto a -------- 



Decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare


Costante fulgido esempio ai compagni di attività, zelo e fermezza, quale ciclista presso il comando di un battaglione, disimpegnò sempre con infaticabile lena il proprio compito sotto furiosi bombardamenti avversari, sprezzante del pericolo e dei disagi, ed essendo di mirabile esempio anche ai più arditi. Affidatogli in un momento critico dell'azione un ordine di tale importanza da esser recapitato in modo assoluto, parti mentre più intenso era il fuoco nemico. Colpito a morte durante il cammino e conscio delle gravità del momento, raccolte le sue ultime energie, volle trascinarsi fino al comando designato e spirò mentre gli recapitava l'ordine, assicurando che l'eroico sacrificio delle propria vita, il buon esito del combattimento.
Selo, 19-22 Agosto 1917


Note Storiche:

Nel corso dell'XI^ battaglia dell'Isonzo la Brigata Granatieri con i suoi reggimenti si trovava nel settore di Selo che con la Brigata Bari formavano la 61^ Divisione.
Il giorno 19 Agosto,  durante la notte gli Austriaci hanno mantenuto un 'intenso fuoco su tutte le nostre posizioni intensificandolo sempre più all'alba sulla prima linea ed essendo proiettili a gas lacrimogeni un intenso fumo impedisce ogni osservazione.
Lo scatto delle fanterie  è fissato alle ore 5.33. All'ora fissata esse avanzano, provocando una reazione nemica di fucileria e mitragliatrici.
Tutte le comunicazioni telefoniche sono interrotte (sic) . Alle ore 6 è iniziata l'occupazione di tutta la prima linea nemica da parte dei Granatieri e di un battaglione della Bari e sono già annunziati prigionieri.
Alle ore 9.55 il Comando della Brigata Granatieri riferisce che la prima schiera dei battaglioni d'attacco avanza su Selo e che non è stato possibile prendere contatto sulla sinistra, con la 27^ Divisione, tanto che piccoli reparti nemici tentano infiltrazioni sulla sinistra alla spalle dei Granatieri. Il Comando insiste che si cerchi il collegamento colla 27^ Divisione e che se dal caso, si rinforzi il battaglione del 2° Granatieri che opera a sinistra per spazzare i reparti nemici sulla nostra sinistra per agevolare la nostra manovra di avvolgimento ed il collegamento con la Divisione operante a Nord.
Si conferma che alle ore 14 due battaglioni di Granatieri fronteggiano la linea della mitragliatrici mentre sulla sinistra avanza un battaglione del 2° Granatieri che tenta l'aggiramento della linea delle mitragliatrici per agevolare l'avanzata della massa centrale. Non si ha ancora il contatto con il 236° fanteria.
Dopo una violenta preparazione di artiglieria che  verrà eseguito sulla linea delle mitragliatrici, i Granatieri dando impulso all'azione avvolgente che deve espletare il battaglione di sinistra, superata la resistenza della difesa e puntino decisamente su Selo.
Nel corso della giornata l'azione verrà rimandata diverse volte fino a che a tarda sera il Comando di C. A. ordinerà ai propri reparti di rafforzarsi sulle linee raggiunte in giornata.
Il nemico continua a mantenere le nostre linee sotto un violente fuoco di sbarramento...



 Tratto dal libro "Eroi della Grande Guerra" di Giovanni Tarolli:

I Granatieri del 1° Reggimento erano in stato d'allerta. Prima ancora che cessasse il consueto terribile bombardamento che precedeva ogni offensiva, fu dato ['ordine di uscire dalla trincea e di andare all'attacco. Erano le 4.50 del mattino (??)  e non bisognava lasciare il tempo al nemico di uscire dal riparo delle caverne. La sentinella nemica lanciava l'allarme quando non si erano ancora percorsi una ventina li metri. Da dietro il loro scudo protettivo, varie mitragliatrici spazzavano il terreno antistante i reticolati, non ancora raggiunto dai granatieri. L'albeggiare, fesso da shrapnels, rintronava ora della musica ferrigna delle granate. «Avanti, Savoia! », «Granatieri di Sardegna, a noi!» gridavano i capi plotone. Gli assalti si susseguivano per l'intera mattinata. Un nucleo di arditi riusciva a infilare e a far brillare i tubi di gelatina sotto i reticolati. Un varco si apriva proprio sotto la curva della trincea. L'urlo feroce dei primi assalitori trascinava la truppa. Anche il Setti voleva andare coi primi. Si sfondava la prima linea di osservazione e si aggrediva la seconda di resistenza. Il nemico rispondeva con rabbiose scariche e non si distinguevano più i tiri delle artiglierie ma l'azione, nonostante le gravi per-dite, risultava favorevole. Occorrevano dei rinforzi e soprattutto bisognava avvisare il comando di far allungare i tiri delle nostre artiglierie a seguito della nostra avanzata. Erano poi state localizzate le postazioni delle batterie da campagna nemiche e bisognava darne comunicazione, subito, al comando. La pioggia delle granate aveva più volte tranciati i fili e la squadra dei telegrafisti non era in grado di stenderne altri. Il capitano stilò il messaggio e chiamò il Setti. Non occorreva fargli soverchie raccomandazioni; egli sapeva cosa doveva fare. Conscio dell'importanza del proprio personale decisivo intervento, il granatiere ciclista inforcò la sua bici e per un tratto corse in zona defilata. Quando dovette uscire allo scoperto sentì le prime pallottole sibilargli attorno. Curvato sul manubrio pigiava sui pedali con quanta forza aveva in corpo. Fosse riuscito a coprire ancora quei 150 metri! «Dai, Agostino! Forza che ce la fai!» diceva fra sé. Un dolore lancinante lo prese sul fianco, all'altezza della cintura; sbandò pau-rosamente e rovinò a terra. Ritrasse la mano tutta insanguinata e un sudore freddo gli imperlò il volto. Sulla petraia carsica gli si annebbiò la vista. Quando si riprese sentì la gamba pesante, quasi staccata dal corpo; provò a trascinarsi su di un fianco verso un terrapieno già occupato da nostre sentinelle. Il dolore diveniva ora insopportabile. Fece un ultimo sforzo e quando s'avvide di non riuscire più a procedere, con tutta la restante forza chiese aiuto. Fu udito dai granatieri che procedevano nel trincerone. Lo tirarono sui ciglio e poi dentro la trincea. Estrasse la busta e con l'ultimo filo di voce: «Presto, portatemi dal colonnello!». Presso il comando spirò, ormai dissanguato. I granatieri lo considerarono una delle più fulgide loro glorie. 

Figlio di agricoltori, rimasto orfano di padre emigrò giovanissimo in America Latina e a Buenos Aires esercitò il mestiere di falegname. Animato da grande amore per la Patria, allo scoppio della guerra europea non esitò a rimpatriare e nel settembre 1914 fu arruolato nel 1° Reggimento granatieri. Col Reggimento mobilitato, nel maggio 1915, alla dichiarazione di guerra all'Austria, varcò il confine e raggiunse sul basso Isonzo il settore di Monfalcone, dimostrandosi combattente intrepido e valoroso. Ferito, dopo una lunga convalescenza, fu incaricato delle mansioni di ciclista porta-ordini del IV Battaglione e ben presto diede ripetute prove di coraggio e di audacia nell'attraversamento di zone scoperte e intensamente battute dal fuoco nemico. Sull'Altopiano di Asiago, nella primavera del 1916, nelle epiche giornate dal 29 maggio al 3 giugno, combatté a Monte Cengio, in Val Canaglia, a Cesuna e a Magnaboschi; quindi ancora sul Carso, partecipò alla conquista del San Michele e all'occupazione dell'altura di San Grado. Durante l'undicesima battaglia del-l'Isonzo dell'agosto 1917, i granatieri del I Reggimento ebbero l'ordine di procedere alla conquista dello Stari Lovka e usciti dalle trincee all'alba del 19 agosto oltrepassarono due linee di trinceramenti nemici e raggiunsero il giorno dopo l'acquedotto ad est di Selo, dove si trincerarono. Nei combattimenti, Setti fu veramente ammirevole. In un momento critico dell'azione, incaricato di consegnare un ordine particolarmente importante, conscio che solo dal recapito del messaggio affidatogli dipendeva la sorte del suo Battaglione, non esitò, mentre più intenso era il fuoco nemico, ad attraversare un terreno scoperto e, gravemente ferito, trovò la forza suprema di andare avanti e raggiungere il comando cui era diretto. Quindi consegnato il plico ed esausto per la perdita di sangue, spirò sul campo dell'onore. Alla memoria dell'eroico grana-tiere venne concessa, con d.l. del 16 agosto 1918, la Medaglia d'Oro al V. M.

In suo onore come per altri  Granatieri caduti , unico a non essere graduato  gli venne dato il nome di una dolina nei pressi di Quota 219 - Selo, in Austriaco chiamata Dolina De Lys. 

Foto della Dolina Setti -De Lys






Scriverà nel suo Diario Don Giovanni Rossi:

All'alba del 19 Agosto i granatieri scattando  all'offensiva al grido di "Savoia" , oltrepassano i trinceramenti nemici , ma sono costretti a fermarsi davanti alle linea delle mitragliatrici. Il giorno seguente sono nuovamente all'assalto. Il 23 Agosto la Brigata che ha perso ben 1518 uomini in appena due soli giorni viene strasferita nelle retrovie...
 Scrive: 18 Agosto - Bombardamento intenso  nelle Ermada dello Stol . Rimango a Valletta Catanzaro, coll'intenzione di salire va dolina De Lys la sera. Domani è festa voglio celebrare alle 4 e poi partire. Dormo poco, e riposo meno Celebro alle 4 e alle ì5 mi accingo a partire. Comincio a tossire e la crimare sono i gas - aspetto due ore e parto alle 7 e 30. iIl bombardamento è spaventevole. eppure in un momento di quasi diminuizione, parto via. E' spaventoso, le trincee di prima linea sconvolte e sotto le mie mani cadaveri sfracellati del genio e sotto ai quali trovo qualche altro vivo, instupidito, intontito. Corro alla dolina De Lys, non si può entrare è incendiata (alla dolina De Lys in una cavernetta era sistemato ilo comando del 1° Reggimento). saltano le bombe. Il Colonnello è ferito e corro sopra i morti alla Dolina Bono. Respiro. Continua il bombardamento, mi è possibile uscire. Quali battaglie! Quali barbarie! Che stragi! venne la sera: il bombardamento continuava. Confusione per l'acqua. Feriti e morte.



La cavernetta  della Dolina Setti- De Lys





Mappa con indicata l'ubicazione della Dolina Setti - De Lys






Mappa di Artiglieria del XIII° C.A dell'Agosto 17  con indicata la linea delle Mitragliatrici









domenica 10 dicembre 2017

Tenente MUSETTINI Domenico






137° Fanteria Brigata Barletta

Nato a Massa il 21 Ottobre 1888
Morto sul Monte Sei Busi il 1 Agosto 1915
Sepolto --------- 


Decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare 



Con mirabile prontezza ed ardimento alla testa di pochi soldati, contrattaccava vigorosamente al grido di <<Savoia>> il nemico che era riuscito a penetrare di sorpresa nella linea, finché cadeva eroicamente sul campo.
Monte Sei Busi, 1 Agosto 1915


Note Storiche

La seconda battaglia dell'Isonzo sta svolgendo al termine quando la Brigata Barletta con il 137° Fanteria da il cambio il 30 Luglio 1915 al 14° Fanteria Brigata Pinerolo, reduce dalla conquista di Quota 111 avvenuta il 25 Luglio 1915.
Ora la nuova linea Italiana inglobava quella che poi diventerà famosa come la Dolina dei 500 o Zappatori chiamata invece oggi erroneamente  "dei Bersaglieri", linea che salvo qualche modifica nel corso delle battaglie successive fino all'Agosto del 1916 dopo l'avanzamento del fronte.
La Brigata Barletta apparteneva nel  periodo alla 27^ Divisione.
Subito arrivata in linea il Reggimento verrà impegnato in diversi attacchi e soprattutto contrattacchi Austriaci che si susseguiranno nei primi giorni di Agosto tra i quali quello che vedrà la morte del Tenente Musettini.
Possiamo rivivere i suoi ultimi giorni di vita dal racconto di Alarico Buonaiuti tratto dal suo libo "Sul Carso Raggiunto", il reggimento si trova a Ruda giorni prima di entrare in linea sul Monte Sei Busi
-  Il Comandante di compagnia ha chiamato in parte noi subalterni. E' un giovane di ventisei anni, Musettini Domenico di Massa, tenente di carriera prossimo alla promozione, colto ed attivissimo, militare fino alla cima dei capelli, tutto disciplina e regolamenti. Venuto a comandarci quando eravamo già in zona di guerra, s'è guadagnato subito, nonostante il suo rigore ed i suoi scrupoli, la considerazione e l'affetto dei nostri.
La compagnia rimasta lungo tempo senza l'autorità di un vero capo s'era lasciata andare, s'era ridotta un organismo slegato, sfibrato, sonnacchioso. Domenico Musettini, prendendone vigorosamente le redini nella sua mano giovane ed esperta aveva compiuto, in un mese, un miracolo di risveglio e riorganizzazione.
Dunque Musettini ci ha chiamato in disparte, il raggio di qualche lanterna da campo ci illuminava un poco. Il volto del nostro comandante aveva il sorriso abituale, e i suoi occhi ci hanno guardato con la solita dolcezza un pò femminea, cosa strana di un ufficiale di quella fatta. S'andava in battaglia, forse s'andava a morire, ma nessuna commozione in lui, nulla che dimostrasse sgomento. Noi aspettavamo degli ordini. No ci aveva chiamato per salutarci.
<<Io morrò. Sento che morrò. Sono destinato a morire. Prima che mi inviassero al 137° ero lontano dalla morte: il destino mi ha spinto versoi la morte. Non ho figli, non ho moglie. I miei fratelli faranno senza di me e si divideranno la mia proprietà. Mandate loro la mia cavalla, la mia Flora, e raccomandate che la custodiscano.>>
Noi stavamo a sentirlo, attoniti, dinanzi a tanto stoicismo. La commozione ci stringeva la gola da non proferir nessuna sillaba. Eppoi che cosa replicare? Si? No? Guardavamo il nostro comandante con tutta l'anima negli occhi: lo avremmo baciato sulla fronte. Avremmo dovuto dirgli, è vero. << Ti copriremo con i nostri corpi e sarai salvo. Tu così grande, tu più di noi meriti di vivere ancora>>, ma egli ha ripreso subito rivolgendosi al tenente Summa: << Quando non ci sarò più, tu prenderai il comando della compagnia....>>. E, dopo una pausa impressionante, << ma anche tu morrai...>>.
Ie e Scarola, il sottotenente meno anziano, assorti nel miracolo di quella tragica e pacata chiaroveggenza, non abbiamo neanche volto gli occhi verso l'amico buono così stranamenente designato e Musettini, pensoso come prima, ma più dolce, alzando l'indice destro verso di me: << A te sarà affidato il compito di portare avanti i soldati. Tu non morrai....>>.
Ed altro forse voleva dire; ma è venuto l'ordine della partenza. Sono tornato al mio plotone col cuore molle di pianto. Quel linguaggio, a cui la serenità deò dire e le circostanze avevan dato l'impronta di un vaticinio tutt'altro che capriccioso e sollazzevole, mi aveva comunicato un'indicibile angoscia.
Come aveva potuto parlare un uomo così? Chi e che cosa gli avevano dato il senso del futuro? Io avevo creduto al presagio, e la gioia per la buona sorte riserbatami era tremendamente amaraggieta dalla certezza dell'altrui sia pur gloriosa sventura.

Il Reggimento il 30 Luglio 1915 da Ruda si mosse verso il Sei Busi dove dato il cambio ai resti del 14° e 134° Fanteria si posizionò nella linea assegnata. Continua il racconto di Buonaiuti nel suo diario di quei giorni:

- Il sole era alto. Dalle feritorie partivano rari colpi di fucile che pareva avessero piuttosto obiettivi venatori. Era negli uomini un'indicibile prostrazione: rannicchiati ai piedi della loro minuscola fortezza, pensavano e sembrava che dormissero. I capisquadra - molti di fresco nominati a colmare i vuoti - richiesti della nota dei mancanti, correvano a destra e a sinistra, curvi, con un foglio nelle mani, interrogando questo e quello. Ma quanto da fare ! Come l'operazione doveva essere difficile, con i plotoni disorganizzati, e decimati a quel modo ! Avevo visto scendere verso il posto di medi-cazione, barcollanti sulle gambe stremate, o esausti e morenti sulle barelle, i migliori della mia com-pagnia. Quel Mattioli, che pochi giorni innanzi, mostrandomi il ritratto della sposa con un sorriso largo e birichino, s'era tuttavia detto felice della guerra, alla quale offriva con serenità la freschezza del suo volto e la possa delle sue spalle taurine, se n'era andato verso l'ospedale o il cimitero, con le guance smorte e l'occhio smarrito, mentre il sangue sgorgante da invi bili fori arrossava con reiterata violenza il telo della barella su cui era disteso ? Mi vide nel passarmi allato, fece l'atto di alzare il capo e di parlarmi ; non potè, chiuse gli occhi, mentre la sua mano aveva un movimento faticoso di saluto. Lallumera non l'avevo riconosciuto, tanto profonde si segnavano sul suo volto le sofferenze delle molte vene aperte. Ma quando il suo sguardo incontrò i miei occhi, la faccia gli si colori di ritornante vita. , Signor tenente, il suo allievo caporale. Le ciglia gli si bagnarono di rabbia, e su quella fronte, contratta dallo spasimo, vidi diffondersi un volo di affettuosi ricordi e di immutabili speranze. Le barelle, cariche d' íra e di ferite, si succedevano I' una dopo l'altra, ininterrottamente. Il corpo, che fu solido come il macigno, di uno zappatore, il Palange del mio plotone, passò rattrappito sul mobile giaciglio come la fragile personcina di un rachitico. E giovani poco innanzi tarchiati e tutto fuoco, tempre di Capaneo che mi erano sembrate, durante i disagi dei bivacchi e le fatiche del campo, così fatte da non la poter su loro non pure la mitraglia degli uomini, ma neanche la folgore di Giove, vidi contorcersi come fanciulli sofferenti o malmenati. Mi parve che un delitto di lesa uma-nità dei più cinici, dei più feroci, si fosse compiuto. Era il fiore della stirpe schiantatosi all' urto dell'aquilone, era la forza d' Italia che l'Austria aveva infranto ? No. Gocciole di sangue traboccate dai margini di un oceano, petali porporini strappati ai densi lembi di una rifiorente ghirlanda. E me lo gridasti tu, Minoretti, signore della battaglia, mentre i compagni a forza ti trattenevano sulla barella, e tu volevi tornar sulla trincea, moribondo, a imprecare per 1' ultima volta contro l'oppressore dei tuoi fratelli irredenti. Il suo corpo era tutto una piaga: la granata gli aveva contorto le membra, lacerate le carni ; ma gli occhi contenevano ancora tutta la sua vita, tutto il suo odio, e le labbra si agitavano in una suprema invocazione di vendetta. E pregava i portaferiti che gli alzassero il capo e glielo rivoltassero indietro, verso là, dove il suo sogno doveva veder ancora levarsi dall'orizzonte il molle profilo della sua Trieste. I compagni, che l'avevan veduto lasciare il fuoco, con quale animo saranno rimasti senza di lui? Per certo molti, nel segreto, avranno pianto; alcuni avranno maledetto la sorte che senza quella voce, senza quel gran cuore di soldato, li riserbava alle nuove battaglie. In un vano della trincea, come avesse voluto chiuderlo col suo corpo e cementarne col suo sangue le pietre sgretolate, la faccia rivolta e il braccio disteso verso il nemico, giaceva esanime Domenico Musettini. La gloria aveva avuto fretta di portarsela via quell'anima gentile di cavaliere che era vissuto cercandola, di sacrificio in sacrificio, con l' insonne ardore degli innamorati, non vedendo che la luce del suo volto nella caligine della vita, non aspettando che il suo amplesso, recalcitrante ad ogni altra lusinga. Oh, eccelsa ventura, a ventisei anni, morire così, e non aver amato che quella! Morire? Oh, non era già stato quello un morire, ma un congiungersi con l'ideale, un consacrarsi al prescelto destino! Non ci aveva egli a Ruda parlato così? I soldati che ricordavano la sua alacre attività di condottiero, le sue orazioni brevi, alte, lucide, i suoi incitamenti per qualche loro ingnavia, e i suoi impetuosi rimproveri, innanzi a quella salma quasi affondata tra i sassi di una trincea infranta, i soldati, nella loro estatica riverenza, pensavano che il dovere non è un ordine per i gregari, ma una realtà per tutti, e sentivano come una vergogna, come un rimorso di essere ancor vivi loro che alla patria potevano offrire tanto di meno. Egli, il comandante che era stato sempre il primo alle istruzioni e alle fatiche, aveva voluto essere anche il primo a morire, ed essi, i soldati, non avrebbero forse immaginato, un mese avanti, quand'egli arringava la truppa nel fervore della sua eloquenza guerresca, che la teoria sarebbe stata poi suggellata a quel modo da un così tragico esempio. Pareva dicessero: Come piccolo sarà oramai il nostro dono! » Erano anche caduti il capitano Perfetti della nona, di Massa pure lui — due ufficiali aveva dato in un momento alla patria la fiera città toscana — gigantesco e bronzeo come un Otello, ma buono che non avrebbe torto il collo ad un passero, e il Molina della dodicesima, intrepido e inflessibile, sempre col fazzoletto rosso rovesciato sul taschino, a ricordo della Brigata « Alpi donde proveniva, quella che fu di Garibaldi. E insieme uno stuolo di umili, tra cui, del mio plotone, Lalungo, il soldato sarto, concessoci, due giorni innanzi, dalla nona compagnia in cambio di uno dei nostri troppi barbieri; il sorridente Marrone; quel Daltilio che m' era sempre occorso di richiamare all'ordine, da per tutto, per l'intempestiva ed esuberante ilarità; Morrone lo zappatore paziente e taciturno; Migliaccio il portaferiti misericordioso come una suora di carità; quel mite e semplice Calderisi, elettricista stupefacente, che a Solferino ci aveva organizzato con nulla l'illuminazione della mensa, e ai rallegramenti aveva abbassato il capo arrossendo come un' educanda alle prime lodi di un coetaneo in-namorato, ed altri ancora ... Ma il combattimento non dava tempo ai rimpianti. Morto Musettini, ferito il bravo tenente Summa più anziano, a me spettava il comando della compagnia.
 Ero pronto.



Veduta verso le Quote 111 e 118 




Veduta verso Quota 111 da Dolina Cordoni



Il Valloncello di Redipuglia



 Veduta da Quota 118

Trincea Dogliotti


Mappa con le linea Austriache del Sei Busi quasi simili a quelle dell'Agosto del 1915 dove la Quota 118 risultava invece  ancora in mano Austriaca.





sabato 18 novembre 2017

Sergente FORMIA Giovanni





49° Fanteria Brigata Parma

 Nato a Mazzè il 4 Marzo 1886
Morto a Caldieri Vertoce il 29 Agosto 1917
Sepolto al Sacrario di Redipuglia 8° Gradone Loculo 15728 


Decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare 



Comandante di una pattuglia di volontari, con slancio e ardimento si spingeva verso le posizioni avversarie e raccoglieva importanti informazioni. Con mirabile sprezzo del pericolo, dopo aver ucciso un nemico, incitava i dipendenti ad attraversare una zona battuta da mitragliatrici, e colpito a morte, le sue ultima parole furono: << Lasciatemi, andate avanti voi! >> .
Caldieri Vertoce, 29 Agosto 1917

 Note Storiche:

11^ Battaglia dell'Isonzo, dal 24 agosto 1017, la Brigata Parma è schierata con i suoi due reggimenti 49° - 50° nel settore Volkovniak- Vipacco dove respingerà diversi attacchi austriaci.
Nel giorno del 29 Agosto verrà disposto dal Comando della Brigata che 3 pattuglie del 1° e 2° battaglione si tengano pronte ad uscire dalle nostre linee. Alle ore 10 la pattuglie escono, una comandata dall'Aspirante Nardò Vittorio, si avvia risolutamente verso le falde di quota 126 ove giunge verso le 14.45, fatta segno di tiri d'artiglieria. Il Comando del 2° battaglione fa uscire una seconda pattuglia di 12 arditi e poi una terza con l'ordine di rafforzare sulla posizione raggiunta. Intanto la 1^ pattuglia, dopo che le vedette nemiche erano fuggite, perlustra la posizione e cattura un sottufficiale e 18 uomini. Fatta segno però a vivo fuoco di bombe a mano ed artiglieria ed essendo caduti il Comandante e quasi tutti i graduati , la pattuglia si ritira dopo aver posto viva resistenza, portandosi seco il sottufficiale e 2 uomini prigionieri. La pattuglia del 2° battaglione uscita alle more 10 e diretta verso quota 94, dopo aver incontrato una resistenza rientra nelle nostre linee. 
Come da ordine del Comando Brigata Parma all'imbrunire il 3° battaglione da il cambio al 1° sulle posizioni di quota 126. il cambio si effettua senza inconvenienti.
Perdite della giornata:
Un Ufficiale ucciso Aspirante Formica Giovanni, un ferito Aspirante Antognoli Battista, un disperso Aspirante Nardò Vittorio.
Truppa 4 Uccisi tra i quali il Sergente Formia Giovanni , 57 Feriti e 7 dispersi.

Il Sergente FORMIA Giovanni della 1^ Compagnia morì colpito alla testa da un proiettile, fu sepolto nel cimitero di Gradisca  prima di essere traslato al Sacrario di Redipuglia

Ringrazio Federica Delunardo per i dati di morte del caduto.


 Mappa con indicate le quote 126 e 94 interessate nell'azione sopra citata


Mappa con le line linee le linee Italiane (in Rosso ) Zona Caldieri Vertoce- Volkovnjak

domenica 12 novembre 2017

Soldato FOGAROLI Eugenio



73° Fanteria Brigata Lombardia

Nato a Santo Stefano del Monte degli Angeli
Morto sul Carso il 15 Settembre 1916
Sepolto al Sacrario di Redipuglia 8° Gradone Loculo 15579





Note Storiche:
Nel corso della VII^ battaglia dell'Isonzo la Brigata Lombardia con i suoi due reggimenti il 73° e 74° fonteggiare la zona della quota 265 del Veliki Hribach obbiettivi della 23^ Divisione nella giornata del 15 Settembre in dierezione del Veliki, il 2° Granatieri e il 73° fanteria avanzarono sino a raggiungere la strada S.Grado-Lokvica, ma il 74° alla loro destra non riuscì a sboccare dalle suo posizioni di q.265. La giornata si concluse nel settore della Divisione con la conquista dell'altura di S.Grado.

Vediamo una descrizione di quel giorno tratta dal libro "In Faccia alla Morte" di Mario Tinti:


15 Settembre 1916

Ieri sera siamo venuti un poco avanti ed abbiamo sostato dietro un muricciolo eretto dai nostri in un'azione precedente, mentre nel posto da noi abbandonato arrivava un altro Reggimento. La nottata è trascorsa abbastanza calma ed i nostri hanno avuto modo di consolidarsi sulle posizioni conquistate. Dal mio tenente ho appreso che ieri, dopo una lotta piena di sacrifici ed eroismi, il 73°, con mirabile slancio, era riuscito a conquistare la terza linea nemica sulla quota 240, dalla quale ha dovuto poi ritirarsi perché l'ala destra veniva seriamente minacciata d'accerchiamento tanto che per meglio frustare la mossa nemica venne inviato in rinforzo il 3° Battaglione del nostro Regg.to. Questa mattina il nemico con numerose batterie, ha iniziato un fuoco terribile contro la prima linea e le retrovie mentre con reparti d'assalto contrattaccava i nostri che però resistettero mirabilmente e seppero mantenersi sulla seconda trincea conquistata ieri. La violenta foga dell'artiglieria nemica ci ha procurato perdite gravissime, specialmente al mio Batt.ne ed è stato un vero miracolo quello di ritrovarmi illeso sotto un cumulo di pietre rovesciate dallo scoppio d'una granata.
Erano le undici di questa mattina quando una granata cadde a circa un metro dal posto che occupavo e cioè proprio dietro il muricciolo che serviva da riparo. Ricordo d'aver udito il sibilo del proiettile un attimo avanti l'esplosione; contemporaneamente al fortissimo scoppio mi sono sentito scuotere il sangue dentro la testa e poi, per parecchio tempo, non ho udito più nulla, tranne che un continuo ronzio. Passati i primi momenti di indicibile spavento cominciai a gridare sotto quel cumulo di pietre che mi ricoprivano totalmente. Quando diversi soldati corsero in mio aiuto per liberarmi, m'accorsi che avevo la testa fra due grosse pietre che mi avevano schiacciato un poco l'elmetto, rimasto sollevato dal capo; non tutti però se la passarono così bene; diversi altri emettevano grida di dolore. Appena m'ebbero liberato da quella stretta vidi che i compagni che mi avevano liberato avevano anch'essi il volto pallido e lo sguardo spaventato, ma erano vinti dalla preoccupazione di liberare al più presto quelli ancora sepolti che gridavano "Aiuto! Soccorso!". Mentre tutti intorno continuavano a cadere altri proiettili che provocavano altro spavento ed altre vittime, notai un inteso lavorio di soc-corso per portare al posto di medicazione i feriti. Poco dopo mi recai pure io dal Tenente medico per farmi spalmare della tintura di iodio dietro le spalle doloranti e dietro l'orecchio destro ove ero rimasto graffiato. Consigliato dal medico a rimanere un pochino perché mi riavessi dallo spavento e mi cessasse un certo tremito, ho aderito al suo invito e sono ritornato in compagnia dopo circa un quarto d'ora benché mi sentissi la testa ancora stordita.


Il soldato FOGAROLI caduto nel corso di questa giornata, fu sepolto a Gabria prima di essere sepolto definitivamente al sacrario di Redipuglia


Mappa con indicato il settore occupato della Brigata Lombardia nel corso della VII^ Battaglia dell'Isonzo



martedì 31 ottobre 2017

LIbri Novità: Un Isola in Trincea




Segnalo e consiglio questo bel libro uscito qualche mese fa scritto dall'amico Fabrizio Corso assieme a Vincenzo Grienti .Libro che narra, in vari capitoli dedicati a diversi fronti, le vicende molto toccanti di alcuni militari siciliani, e una parte dedicata ai fini statistici, mostrando il grande contributo di perdite umane  che la Sicilia ha sacrificato nella Grande Guerra.
Per chi volesse aquistarlo: ordini@gbeditoria.it

http://www.gbeditoria.it/isola_trincea_catalogo_gbe.htm

venerdì 27 ottobre 2017

Soldato SETTINO Luigi



30° Fanteria Brigata Pisa

Nato a San Pietro di Guarano (Cosenza) il 16 Gennaio 1897
Morto sul Fajti  il 14 Maggio 1917
Sepolto a --------- 


Decorato di Medaglia d'Oro al Valor Militare


 

Privato delle gambe e delle braccia dallo scoppio di una granata che gli produceva anche una larga ferita alla faccia, incitava calorosamente i compagni a scagliarsi contro il nemico per respingerlo. Rifiutava ogni soccorso per non sottrarre soldati al combattimento. Respinto l'attacco, non volle essere asportato dalla trincea, chiedendo all'ufficiale di poter restare in linea contento di morire fra i suoi compagni per la grandezza del paese.
Dosso Faiti, 14 Maggio 1917

Note Storiche:

Il 30° fanteria che unitamente al 29° formava la Brigata Pisa, il 14 Maggio 1917 si trovava a presidiare la linea del fronte tra a  a del Faiti quota 432 fino al Volkovnjak. mentre La cima e la quota 366 era di competenza della Brigata Ferrara entrambi dipendenti dalla 22^ Divisione XI° C.A.
Cominciava in quel giorno la X^ battaglia dell'isonzo, sul Carso erano previste azioni dimostrative da distogliere e impegnare i reparti avversari dall'offensiva che era concentrata principalmente nel settore del medio Isonzo.
Nella zona di competenza del XI° C.A. si svolse nella notte  un fuoco continuo di artiglieria verso le posizioni Austriache. L'ora dello scatto era previsto alle ore 12.
Poco dopo le 11 al'ala sinistra del Copro d'armata quella presidiata dalla Brigata Pisa inizia un tiro intenso di sbarramento con artiglierie di ogni calibro e bombarde tra le nostre linee e le sue, tiro che sempre più intensificandosi e che raggiunge in pochi istanti una violenza spaventevole.
Il fatto che sulla fronte del XIII e VII C.A. il tiro do artiglieria avversaria è quasi nullo, prova che contro il centro dell'XI° Corpo è diretto il fuoco della massa di batterie austriache sul Carso.
Contro questo fuoco di sbarramento s'infrangono tre successivi attacchi della 22^ Divisione, le cui truppe uscite dalle trincee sono costrette a sostare nel fondo del burroncello , che separa le linee nostre da quelle nemiche (fra la quota 432 e 464).
All'ala sinistra reparti della Brigata Pisa, alle ore 12 occupano di primo impeto, la trincea nemica di quota 196 (a Nord del Faiti) da dove non riescono a procedere oltre a causa del violento tiro di interdizione. nessun progresso è possibile di fronte al Volkovnjak. Dopo una preparazione di fuoco di artiglieria di medio calibro e bombarde della durata di due ore , reparti della Brigata Regina attaccano quota 126 ma non riescono a raggiungerne la cresta a causa del violento tiro d'interdizione nemico: a sera il comando di Divisione (21^), decide di farli ripiegare nelle trincee di partenza.
Alle 17, le truppe della 22^ Divisione, malgrado il lungo, snervante bombardamento, mentre il nemico ha rallentato un pò il tiro di sbarramento, attaccano una quarta volta le posizioni nemiche; un battaglione del 47° fanteria riesce ad impossessarsi di quota 378; reparti arditi della Ferrara riescono A raggiungere la cresta di quota 464;: ma il nemico riapre ancora violentissimo tiro di sbarramento alle loro spalle, impedendo l'afflusso dei rincalzi e a sera il battaglione di q. 378 e gli arditi di q. 464 sono costretti a ritornare sulle loro posizioni di partenza.
Nella notte le due compagnie della Brigata Pisa che avevano occupato la trincea di q. 196 sottoposti a violento concentramento di fuoco nemico e prese d'infilata da mitragliatrici appostate sulle falde nord di q. 464, vengono quasi distrutte. Nuovi reparti accorsi sulla posizione investiti da violenti raffiche di artiglieria e mitragliatrici sono costretti a ripiegare, riuscendo appena a trasportare i feriti..

Tra i  fatti narrati di  questa giornata troverà la morte il soldato SETTINO, dopo un contrattacco austriaco una granata lo colpì mutilandolo degli arti dive rimase ferito gravemente, in quel momento transitò un plotone di rincalzo e lui ferito, che giaceva a terra trovava in se la forza per incitare i suoi compagni a lanciarsi avanti. Qualcuno mosso da compassione cercò di soccorrerlo, ed egli rispose: << Correte lassù: la c'è bisogno di voi! E non vi curate di me!>>.
L'attacco nemico fu respinto, ed i suoi compagni tentarono di trasportarlo al posto di medicazione. Ma il valoroso ferito, allo scopo di impedire che nella difficile opera del trasporto qualcuno fosse colpito, rifiutò chiedendo al suo ufficiale di poter morire in trincea tra i suoi compagni.


Non si può rimanere indifferenti, dopo aver letto i passi di questa tragica morte di questo soldato accaduta cent'anni fa. Una sorte che può benissimo essere accomunata a milioni di altri uomini come lui sacrificati in quella guerra, di qualsiasi esercito ne abbiano fatto parte.
Non ho mai scritto nulla di personale , in nessun post precedente, lasciando spazio ai fatti storici documentati per ogni caduto. Ma questa volta non ho potuto esimermi nel dare una mia impressione a questo caduto, morto a vent'anni.
Il suo nome oggi seppur ricordato in una caserma, in una via, in un istituto, ai molti sarà sconosciuto, come sconosciuto lo sarà forse ai ventenni di adesso. Non accuso nessuno di questo, ci mancherebbe, il tempo passa, gli interessi mutano, però pensare che un ragazzo di vent'anni possa essere morto cosi' e prima di morire abbia avuto ancora la forza e il coraggio  in quel modo di agire  , non può che far riflettere.  Ora potrebbe tutto questo sembrare strano, assurdo, e per molti anche ridicolo in  quella parola da lui pronunciata col nome di  "Patria" . Non voglio essere retorico, propagandistico verso nulla, voglio solo esprimere l'emozione che mi ha fatto leggere di lui, come avviene  poi ogni volta che ricostruisco per quel che riesco, la storia di ogni caduto. 
Mi piacerebbe tanto  e per questo ho creato questo blog, in modo che  chi legge di loro, sentisse l'emozione nel proprio  cuore, perchè è vero, io ne sono l'autore del blog, ma loro   e  solamente loro sono i veri protagonisti che meritano e devono essere considerati. Oggi invece, troppo spesso si usa questa guerra per esaltare nel ricordo dei fatti, la nostra conoscenza e sapienza , e il nostro nome per salire sul piedistallo dell'esperto e vantarsi.
Ma noi  oggi, che ne sappiamo veramente di quella guerra? Non bastano migliaia di libri letti , centinaia di escursioni tra le trincee belle e rifatte  per provare un solo minuto di quello che hanno provato sulla loro pelle. 
Per questo io credo e mi batterò sempre nel mio piccolo, perchè loro e solo loro devono avere il giusto  riconoscimento e rispetto, noi invece che ne parliamo oggi ne siamo solo i messaggeri.
Quindi se avete da dire un grazie, ditelo a loro, a quei ragazzi meravigliosi  e non importa davanti a quale croce lo farete, ......Grazie!



Mappa con indicate le posizioni della Brigata Pisa






Veduta da quota 432 del Fajti verso Gorizia sulla sinistra la quota 464






Mappa con indicata la quota 196